A Prescindere dalla Forma

Quanto alla poesia ne ho un concetto molto preciso, che si discosta di parecchio rispetto al senso comune, o per meglio dire alla consuetudine contemporanea.

Se oggi la poesia è concepita come “cosa che accomuna” un novero sempre troppo largo di cosiddetti scrittori — dalle adolescenti che scrivono i loro versi idioti (o peggio, banali) nei telefonini, ad attempati versificatori vincitori di concorsi, passando ora per casalinghe annoiate, ora per avanguardisti di mezza età che rifanno il verso a improbabili futurismi — per me la giusta prospettiva sta da tutt’altra parte. Dire di uno che è un poeta non significa per me un bel nulla, esattamente come non significherebbe un bel nulla dire che Johann Strauss era uno scrittore di valzer e mazurche. Johann Strauss era un musicista, punto e basta. Il fatto che scrivesse soprattutto valzer e mazurche non giustifica l’opportunità di considerare una semplicissima forma — nel nostro caso, la poesia — come una bandiera d’appartenenza, una filosofia, un partito o altre categorie che supportano l’organizzazione di premi letterari, feste, cene e manifestazioni cariche di noiosa vacuità.

Se raccolgo tutti gli oggetti di un certo colore che ho sotto mano sto forse ottenendo un insieme di oggetti che hanno in comune qualche caratteristica intellettualmente rilevante oltre l’irrilevante e certamente non intellettuale caratteristica della suddetta appartenenza cromatica? No, ovviamente. Un accendino rosso e un frullatore rosso sono due oggetti rossi e basta. Eppure la gente continua imperterrita a organizzare raduni di gente con qualcosa di verde o blu in tasca, sperando forse che questa azione dadaista possa avere un certo risultato. Per vedere, insomma, l’effetto che fa.

Quanti cosiddetti eventi culturali vengono promossi per vedere l’effetto che fa?

Chissenefrega dell’essere poeti. Chiamiamoci piuttosto intellettuali, non vi pare? Il dire qualcosa ha a che fare con l’autore, non con la forma che l’autore utilizza.

Detto questo, leggetevi il mio Anni Luce

L’Horror Poetico e Onirico di Massimo Volta: Recensione di “Nona”

A distanza di (troppo) tempo sono riuscito a mettere le mani, o meglio gli occhi, su questo cortometraggio ad opera di Massimo Volta, antica conoscenza liceale, ora ben giustamente affermato regista e fotografo. (La conoscenza di cui sopra era mediata, come spesso accade, da una band altrettanto liceale con la quale abbiamo vissuto una rapidissima ma intensa stagione di cazzeggi a base di cover dei Doors e affini. Ma questa, come nei radiosi e oscuri anni Ottanta si sentiva dire, è un’altra storia…) Ora, non voglio soffermarmi più di tanto sui passaggi che hanno condotto Massimo sulle orme di Stephen King e dell’omonimo racconto ispiratore dell’opera. Google, per questo, andrà benissimo. Quanto a me e all’ipnotico cineforum privato che lo stesso Volta mi ha concesso (ovviamente con una pizza di pura celluloide in edizione limitata, recapitatami direttamente da un corriere asiatico), sappiate che mi concentrerò solo e unicamente su quanto questi occhi hanno visto e queste orecchie udito (o viceversa).

Iniziamo dicendo due cose semplici semplici: la prima è che Nona è senza troppi giri di parole un’opera di rara bellezza, che presenta dettagli di una sostanziale unicità che tra poco spiegherò; la seconda — Massimo, fammi pure causa — è che contrariamente a quanto potete immaginare, non si tratta di un horror, e visto che quest’ultima considerazione avrà fatto rovesciare la Pepsi sui jeans di molti lettori, mi accingo a dettagliarla da subito.

A parte il banale sangue, comunque sempre “romantico e letterario”, ergo lontano anni luce dalla vernice fluorescente dei vari Suspiria e Profondo Rosso, e a parte anche un finale in certo senso “a sorpresa” (ma troppo delicato e poetico per essere appartenente ai finali dionisiacamente e scurrilmente a sorpresa degli autentici horror), posso affermare con assoluta certezza che l’impressione fisica e intellettuale di quest’opera è tutt’altro che appartenente alla cinematografia di genere. Il “genere”, nella sua accezione tipicamente statunitense (appunto da finale a sorpresa, con tutto il rispetto), è qui piegato ai voleri di un nume ben più alto.

Certo, nella storia si respira King in tutto e per tutto. Ma non è forse lo stesso King, diciamocelo, ad essersi molto spesso emancipato dal puro e semplice horror, abbandonandosi alla più poetica nostalgia dell’esistenzialismo? Pensiamoci un attimo… Cos’è Shining se non una metafora sulle dipendenze da sostanze e sui rapporti tra famiglia e società? Cos’è L’Ombra dello Scorpione se non un romanzone sociologico molto più fanta-catastrofico che, appunto, orrorifico? Come detto, in questo corto affiorano dettagli che in qualche modo sembrano sancire l’ipotesi di lavoro che Volta ha scelto per la sua versione del racconto: riassumendo da interviste, Nona come una sorta di viaggio crudele e folle guidato da una deità minore, crudele e beffarda. Ma la realtà supera anche gli intendimenti meramente operativi dell’autore (come spesso, o sempre, accade).

In definitiva, infatti, l’output strettamente cinematografico è a mio avviso perfettamente sovrapponibile allo spirito dell’originale kinghiano, appunto rappresentato qui nella sua dimensione più interiore, dubbia, ambigua e intensamente onirica: il racconto di un “probabile” folle, come negli illustri e antichi classici (penso a Maupassant) rivisitati però in feroce viaggio americano lungo le vie della violenza sociale. Possiamo intendere la “femmina” Nona, cioè il “mostro” di turno, come reale o come metafora, come demone o come effettiva proiezione della catatonica disintegrazione del protagonista. Ma importa poco, tanto sulla carta quanto nella versione finale. Importa poco, perché Massimo Volta qui costruisce di fatto, fotogramma per fotogramma, una fiaba crudele che funziona in quanto tale al di fuori di qualsiasi concretezza; fiaba crudele, appunto, anche se stranamente tenera e per certi versi impalpabile; una fiaba sulla solitudine, sul disagio, sul viaggio che diventa appunto follia e autodistruzione, narrata con magistrale bravura lungo le scie di un plot orrorifico che è mezzo e non fine.

Detto questo, veniamo a ciò che mi è piaciuto maggiormente.

Innanzitutto la fotografia. Dico una banalità? Forse, ma una cosa è certa: Massimo Volta, di professione credo più fotografo che regista (suppongo comunque per ragioni più quantitative che qualitative), sfrutta qui al meglio tutta la sua peculiare sensibilità, come dire, strettamente ottica. Però la magia non è identificata da una solitaria e autocompiaciuta prassi virtuosistica. Al contrario, la sua regia è perfetta in quanto, paradossalmente, invisibile, immobile, totalmente sfumata nella storia, senza eccessi, minimale senza essere banale. Insomma, un mix perfetto di narrazione e invenzione visuale. Ma non parlo di alta definizione dell’immagine (che spesso è bassa definizione del messaggio). No, parlo di tutt’altro, e mi spingo a dire che qui lui ha di fatto inventato un nuovo genere: quello del cortometraggio fotografico, passatemi la perifrasi di certo inadeguata per descrivere il senso di leggerezza intensamente letteraria che trasuda dalle immagini.

Nona non scorre come una buona narrazione con belle immagini di contorno. Accade l’esatto contrario: la storia è un flusso di percezioni visive del tutto coerenti, cucite insieme tramite una regia attentamente devota all’equilibrio delle immagini stesse. In altre parole, Nona è una specie di poema fotografico di immagini in moto: un poema che potrebbe appartenere alla beat generation, anche se mediato dalla penna nostalgica di King e della sua America crudele.

Altra cosa che mi è piaciuta, la colonna sonora del bravo Henoel Grech, musicista che in questo specifico lavoro (a parte certe committenze metal, peraltro perfettamente calate nel tessuto narrativo) si tiene giustamente nei toni del puro commento ambientale, della punteggiatura dai tratti minimalisti (vicina a certi lavori altrettanto cinematografici di Terry Riley), del tappeto sonoro appena accennato, e via discorrendo, lungo una tessitura di invenzioni che nella loro delicatezza costituiscono la speculare versione sonora dello stile di Volta stesso.

Quanto agli attori, tutti straordinari — anzi, folgoranti — oltre ogni aspettativa. Punto e basta.

Insomma, un corto che usa l’horror per andare ben oltre l’horror, e per certi versi anche ben oltre la stessa pagina di King. Un’opera che auspico possa essere proiettata non solo nei festival “di genere”, ma anche — e a mio avviso, a questo punto, soprattutto — in quelli che parlano a vario titolo di arte visuale, di fotografia, oppure di società, o più in generale di umanità.

Sono certo che il Re sia rimasto molto soddisfatto del lavoro di Massimo. D’altra parte, anche se non lo fosse stato (Stanley Kubrick docet), lo sono stato io, ed è questo quello che conta veramente. O sbaglio? Grazie Massimo per i quaranta minuti circa di puro rapimento che mi hai regalato, e chissà, magari avremo modo di riunire anche solo per un attimo i Sensual Fingers e intonare Light My Fire

Tra la Britannia Televisiva e i Kraftwerk

Certo folklore germanico qui si ripropone, mediato da un’elettronica che ricorda (abbastanza ovviamente) i migliori Kraftwerk delle origini. Sempre un grazie alla straordinaria etichetta indipendente che rende possibili questi veri e propri viaggi non solo musicali, ma sensoriali e cinetelevisivi, sia pure con lo sguardo della mente.

ToiToiToi is the work of Sebastian Counts, a well-respected Berlin based conceptual artist. Carefully coaxed and sculpted from electronic, acoustic and sampled sources, his inventive, detailed electronica is witty and evocative. It draws inspiration from folktales, forgotten European TV titles and outdated ethnographic & travel documentaries.

ToiToiToi — Im Hag | via Ghost Box